Sezione Innovazione e Ecoinnovazione

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Arrigoni a Greentech: alta tecnologia a impatto zero

Leader internazionale nella produzione di tessuti e schermi “green” per la difesa colturale, Arrigoni è stato uno degli espositori della kermesse olandese Greentech 

Si è svolta dall’11 al 13 giugno la quarta edizione di Greentech, la fiera internazionale per operatori del settore dell’orticoltura che propone le soluzioni più innovative nell’ambito della tecnologia agri e floricolturale. A offrire tra i prodotti più all’avanguardia in termini di protezione colturale è stato Arrigoni S.p.A.

Il gruppo, specializzato nella produzione di schermi protettivi per l’agricoltura, è stato uno dei protagonisti del salone di Amsterdam, con diverse proposte di punta: la gamma Prisma® di schermi termo-riflettenti bianchi con additivo LD (nello specifico Prisma LDF / MDF / HDF), gli schermi ultra resistenti Robuxta® per applicazioni heavy-duty, la gamma anti-insetto Biorete® Air Plus e Protecta®, l’innovativo tessuto per la protezione delle colture dalla pioggia.

“La produzione di frutta e verdura – ha spiegato Patrizia Giuliani, la export manager del Gruppo Arrigoni – oggi è sempre più limitata da insetti infestanti, spesso veicoli di agenti patogeni. I danni causati da tali vettori insieme a quelli dovuti agli agenti atmosferici (basti pensare alle conseguenze del maltempo di queste settimane), se non arginati in tempo, possono portare anche alla totale perdita del raccolto. In questo contesto, Greentech è per noi l’opportunità perfetta per presentare ai produttori di tutto il mondo delle soluzioni concrete e green a questi due problemi. Oltre ad essere una risposta a criticità attuali, i nostri agrotessili sono poi la perfetta sintesi degli ambiti su cui si focalizza la tre giorni: innovazione, tecnologia e sostenibilità ambientale”.

Sono due i più importanti focus ad alto tasso di tecnologia applicata del Gruppo Arrigoni: l’ottimizzazione della diffusione della luce e l’aumento dell’airflow. Questi risultati caratterizzano infatti i nuovi prodotti, concepiti grazie alla pluriennale esperienza nel settore e soprattutto grazie a mirati investimenti dell’azienda in Ricerca, Laboratorio e studio accurato delle esigenze dei diversi mercati.

Nello specifico, allo stand 331A – Hall 12, il Gruppo ha  in primo luogo le caratteristiche e i punti di forza di due innovative soluzioni per l’agricoltura professionale.

Robuxta® è la gamma di schermi ibridi appositamente progettati per resistere in condizioni di elevato stress meccanico da abrasione su tensiostrutture. La struttura dello schermo è una combinazione di monofilo in catena e trama e bandella in seconda trama e si presenta in diversi colori e densità per ottimizzare l’ombreggiamento per ogni coltura e condizioni climatiche. In colore bianco con additivo LD, acronimo di “Light Diffusion”, offre gli stessi vantaggi degli schermi termo-riflettenti Prisma® che assicurano un eccezionale controllo della temperatura, protezione dalle scottature, buone condizioni per lo sviluppo delle piante e dell’ambiente di lavoro, risparmio idrico nelle applicazioni in serra.

Protecta®, è il frutto della ricerca di Arrigoni sul fronte della protezione colturale da pioggia eccessiva. Opportunamente inclinato, lo schermo Protecta® permette infatti di proteggere le coltivazioni dai danni della pioggia, senza pregiudicare la sua capacità di essere attraversato dall’aria, che è garanzia di rendimento nella raccolta di molti frutti.

Accedi per saperne di più sui prodotti Arrigoni

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TrackMyWay di Antares Vision per la tracciabilità di processi e prodotti

Tutelare e garantire la trasparenza della filiera produttiva e distributiva, attraverso la tracciabilità di processi e prodotti, il dialogo tra gli attori della filiera (produzione, distribuzione e consumatore finale) e la costruzione di un rapporto di fiducia è l’obiettivo di TrackMyWay. Si tratta della nuova piattaforma realizzata da Antares Vision, multinazionale italiana di riferimento nei sistemi di ispezione visiva, nelle soluzioni di tracciatura e nella gestione intelligente dei dati che si impegna nell’utilizzo della tecnologia per garantire l’integrità dei prodotti lungo l’intero ciclo di vita.

“TrackMyWay può costituire per le aziende una leva competitiva per distinguersi sul mercato e, al tempo stesso, uno strumento di difesa del proprio brand – afferma Emidio Zorzella, CEO di Antares Vision – La garanzia sull’origine e sul percorso del prodotto non costituisce soltanto un requisito di sicurezza imprescindibile, ma soprattutto un potente strumento di brand value per le imprese. Ecco perché abbiamo coniato il neologismo Trustparency, che riassume in una parola quanta fiducia può generare una filiera trasparente, dalla materia prima fino al consumatore”.

TrackMyWay offre ai produttori la possibilità di raccontare la storia del prodotto utilizzando informazioni la cui oggettività è garantita dalla condivisione corale di dati da parte di ciascun operatore della filiera. Inoltre, rappresenta uno strumento molto efficace per la gestione dei richiami, con un livello di dettaglio legato alla singola unità venduta, riducendo al minimo l’impatto economico in caso di criticità.

Dalla parte del consumatore, disponendo di uno smartphone e scansionando un codice univoco applicato sulla singola unità venduta o sulla confezione, riesce a reperire informazioni certificate sull’origine del prodotto, sul processo di lavorazione e sulla filiera distributiva, con una garanzia sull’integrità e sull’autenticità della sua storia.

Fonte: Agrifood . Tech

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Osservatorio School of Management del Politecnico di Milano: cresce l’innovazione per la sostenibilità agroalimentare

Boom di startup agrifood sostenibili nel mondo, +52%

Censite 835 le startup internazionali che propongono nuovi modelli di business per la sostenibilità sociale e ambientale, 2 miliardi di dollari raccolti.
Israele, Svizzera e Indonesia sul podio per densità di startup agrifood sostenibili, l’Italia perde posizioni nel confronto internazionale.

Nuove soluzioni di economia circolare per prevenire e valorizzare le eccedenze alimentari
Diversi modelli di “filiera corta” che fanno leva sulla prossimità geografica, informativa e relazionale
Una filiera più sostenibile passa anche dalla sostenibilità del Food Packaging


Milano, 4 giugno 2019 – Nel settore agroalimentare, si affermano soluzioni innovative per ridurre lo spreco di cibo, mentre nuove tecnologie digitali e forme di collaborazione nella filiera consentono di prevenire, gestire e valorizzare le eccedenze alimentari. Una spinta innovativa che proviene in particolare da startup che propongono soluzioni di economia circolare e nuovi modelli di business “sostenibili”. Sono 835 le startup internazionali dell’agroalimentare nate tra il 31/12/2013 e il 31/12/2018 che perseguono obiettivi di sostenibilità sociale, ambientale e economica attraverso soluzioni per lotta alla fame, transizione a sistemi di produzione e consumo più responsabili, utilizzo efficiente dell’acqua, lotta allo spreco di cibo e turismo responsabile: oltre il doppio di quelle rilevate lo scorso anno (399) e circa il 20% del totale di 4.242 dell’agrifood. I Paesi con la più alta densità di startup agrifood sostenibili sono Israele(49, di cui il 71% sostenibili), Svizzera (43, di cui il 40% sostenibili) e Indonesia (24, di cui il 38% sostenibili). Solo il 39% delle startup sostenibili internazionali è stato finanziato, per un totale di 2 miliardi di dollari di finanziamenti raccolti, ma gli investimenti medi per startup sono in crescita dai 2,4 milioni di dollari di un anno fa ai 6,1 milioni attuali. L’Italia, con 63 startup agrifood e 16 sostenibili (il 25%), che offrono soprattutto soluzioni di agricoltura di precisione e piattaforme per gestire le eccedenze, ridurre gli sprechi e promuovere i prodotti locali, presenta un mercato ancora fermo, con appena 1,8 milioni di dollari di finanziamenti complessivi e in media 400 mila dollari per startup.

Sono alcuni risultati della seconda ricerca dell’Osservatorio Food Sustainability della School of Management del Politecnico di Milano* presentata questa mattina al convegno “La filiera agroalimentare si muove e cambia pelle: circolarità, prossimità e packaging degli alimenti”.

Nel 2018 il sistema agroalimentare ha vissuto un grande fermento innovativo come risposta alla necessità di ridurre lo spreco di cibo, una delle sfide più sentite a cui sia le startup sia attori consolidati stanno cercando di trovare soluzioni – afferma Alessandro Perego, Direttore del Dipartimento di Ingegneria Gestionale e Responsabile scientifico dell’Osservatorio -. Sono raddoppiate le startup che si possono definire ‘sostenibili’ e che propongono modelli di business circolari per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile, mentre si diffondono nuove modalità di collaborazione a tutti i livelli della filiera e l’innovazione coinvolge processi della supply chain prima d’ora soltanto sfiorati, come ad esempio il packaging. Nel confronto internazionale, il mercato italiano appare fermo, ma anche in Italia non mancano casi di successo e spunti di innovazione che fanno ben sperare per il futuro”.

La filiera agroalimentare sta cambiando pelle – aggiunge Raffaella Cagliano, Responsabile scientifico dell’Osservatorio -. Si assiste a una riconfigurazione legata all’economia circolare, con soluzioni innovative nella prevenzione e gestione delle eccedenze alimentari che migliorano previsioni, limitano la sovrapproduzione o permettono una maggiore preservazione degli alimenti. Ma anche a una riconfigurazione ‘di prossimità’ con aziende che scommettono sempre più su un modello di filiera corta sostenibile”.

Le startup sostenibili

I principali obiettivi di sviluppo sostenibile perseguiti dalle 835 startup sostenibili censite dall’Osservatorio sono incrementare i redditi dei produttori su piccola scala, fornendo accesso alle risorse produttive e uno sbocco sul mercato (253 startup), aumentare la produttività e la resilienza dei raccolti ai cambiamenti climatici (163 startup), ridurre le eccedenze e gli sprechi alimentari lungo la filiera (86). Seguono le nuove imprese che investono su soluzioni chimiche green per migliorare le rese preservando l’ambiente (61), che mirano a ottimizzare l’efficienza delle risorse impiegate nella produzione (60), che cercano di garantire l’accesso al cibo (48), di perfezionare l’uso delle risorse idriche e favorirne l’accesso (42) e le startup che promuovono il turismo sostenibile e la produzione locale (23).

Le startup sostenibili internazionali hanno raccolto complessivamente 2 miliardi di dollari nel periodo analizzato, con una media di 6,1 milioni di dollari per startup (quasi tre volte maggiore rispetto al dato dello scorso anno, 2,4 milioni di dollari). Le startup statunitensi sono prime per capacità di attrarre investimenti, per un totale di 1,4 miliardi di dollari, in media 8,7 milioni di dollari per startup. L’Europa raccoglie in totale 318 milioni di dollari di finanziamenti, ma arretra sul fronte finanziamenti medi con appena 3,4 milioni di dollari, contro i 6,6 milioni raccolti mediamente dalle startup asiatiche (il doppio del 2017), che complessivamente hanno ricevuto 293 milioni di dollari.

Quasi metà delle startup sostenibili analizzate sono Service Provider che forniscono software e app per analisi dei dati, servizi di consulenza a supporto delle attività agricole e piattaforme marketing e retail per facilitare l’accesso al mercato di piccoli produttori (400 startup, il 48%). Seguono i Technology Supplier (166 startup, 20% del campione), che forniscono tecnologie per l’agricoltura di precisione per incrementare la produttività e la resilienza dei raccolti, e le nuove aziende che si occupano di Food Processing (91 startup sostenibili, 11%), dove prevalgono cibi proteici e alternativi a quelli tradizionali, per garantire a tutti cibo salutare e nutriente e a minor impatto ambientale.

Le soluzioni innovative sviluppate dalle startup sono orientate prevalentemente a passare a sistemi di produzione più sostenibili e resilienti e favorire modelli di consumo responsabili, ottimizzando l’utilizzo delle risorse e minimizzando gli sprechi – commenta Paola Garrone, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability -. La conferma dei fornitori di servizi e di tecnologia quali principali promotori di innovazione sostenibile lungo la filiera evidenzia ancora una volta l’importanza della tecnologia come fattore che permette o facilita l’implementazione di nuove soluzioni per far fronte alle sfide di sostenibilità”.

I modelli di economia circolare per ridurre gli sprechi

Le imprese del settore si stanno gradualmente attrezzando con modelli di business “circolari” per valorizzare le eccedenze alimentari ed eliminare gli sprechi, adottando un approccio di filiera ad ogni livello della cosiddetta Food Waste Hierarchy (FWH, la gerarchia di utilizzo delle eccedenze: prevenzioneriutilizzo-redistribuzioneriutilizzo per consumo animalericiclorecuperosmaltimento). La prevenzione è resa possibile da nuove tecnologie, come sistemi informativi e di analisi dei dati, soluzioni biochimiche e di controllo di parametri critici per la conservazione dei prodotti, e da collaborazioni lungo l’intera filiera con lo scopo di condividere competenze e risorse per l’applicazione delle innovazioni tecnologiche o la riconfigurazione dei processi. A livello di gestione delle eccedenze, le innovazioni tecnologiche e di processo consentono di ridare valore ai prodotti, trasformandoli e indirizzandoli a nuovi mercati o consentendone la ridistribuzione a fini sociali.

Analizzando le azioni delle singole imprese, invece, emerge la tendenza a ottimizzare internamente i processi e introdurre nuove soluzioni per ridurre lo spreco alimentare, sulla spinta della normativa, della necessità di diminuire i costi associati allo spreco di risorse e allo smaltimento dei rifiuti, di nuove opportunità di business e posizionamento sul mercato o per responsabilità sociale d’impresa. Le priorità per le aziende sono legate alla prevenzione e alla redistribuzione degli alimenti alle persone in stato di bisogno. A seguire si considerano le azioni relative al riciclo e quelle per la produzione di mangimi e concimi e infine per il recupero energetico, mantenendo come ultima opzione lo smaltimento in discarica.

Nelle imprese del settore primario la circolarità del cibo passa attraverso la clusterizzazione dei prodotti agricoli e la diversificazione dei canali di distribuzione, per prevenire la generazione di eccedenze e ampliare le possibili destinazioni d’uso delle eccedenze generate. Per le aziende di trasformazione il passaggio ad un approccio circolare interno si traduce nella valorizzazione delle diverse tipologie di eccedenze generate (prodotti finiti, ma anche scarti della produzione e semilavorati), razionalizzando i processi produttivi e intervenendo sulle cause di generazione delle eccedenze. I distributori, infine, stanno rispondendo alla sfida della circolarità ampliando la gamma di opzioni di prevenzione e gestione delle eccedenze in magazzino e in punto vendita, affiancando a soluzioni tecnologiche innovative nuove collaborazioni di filiera.

Le nuove tecnologie abilitano soluzioni innovative per la prevenzione e la gestione delle eccedenze alimentari, sia permettendo l’accesso alle informazioni sul prodotto per gestirne la destinazione d’uso, massimizzare la creazione di valore sostenibile e prevenire la generazione di eccedenze sia per l’attivazione di collaborazioni tra realtà molto diverse lungo la filiera e a livello di sistema – afferma Marco Melacini, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability -. Le esperienze e i casi analizzati nella ricerca possono offrire spunti interessanti per le aziende della filiera agroalimentare che stanno abbracciando le sfide della circolarità, cogliendo le opportunità offerte dalle innovazioni presenti sul mercato e supportando l’identificazione tempestiva dei possibili ostacoli, le leve per arginarli e le alternative a cui rifarsi se risultassero non superabili”.

La sostenibilità del food packaging

Un imballaggio si può considerare sostenibile quando preserva o migliora la sicurezza igienico-sanitaria degli alimenti, quando ha un limitato impatto ambientale e quando favorisce un ampio accesso al cibo che contiene e dei cambiamenti positivi nella comunità. L’Osservatorio ha elaborato un modello per caratterizzare gli impatti di sostenibilità di un food packaging rispetto alle sue tre dimensioni principali (conservazione ambientalesicurezza alimentarevalore sociale). “Si tratta di uno strumento per le aziende che intendono valutare le soluzioni di packaging già in uso e un supporto alla progettazione di soluzioni alternative – spiega Barbara Del Curto, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability – ad esempio per realizzare una strategia di comunicazione e una narrativa omogenea legata al prodotto, attraverso informazioni di valore riportate sul packaging. Inoltre, fornisce alla Ricerca un metodo comune per l’analisi dei trend di innovazione sostenibile nel settore”.

La filiera corta: modelli di Short Food Supply Chain

L’accezione di “Short Food Supply Chain” o “filiera corta” come limitata alla sola vicinanza geografica e come sinonimo di “sostenibile” non è sempre veritiera. L’Osservatorio ha proposto una classificazione di modelli di Short Food Supply Chain che considerano anche altri aspetti che possono sostituirsi o aggiungersi alla vicinanza geografica, come la vicinanza relazionale e informativa. Da questa classificazione sono stati ricavati quattro modelli. Il modello Fully Short Supply Chain viene adottato da aziende che sfruttano tutti gli aspetti di prossimità geografica, relazionale e informativa per perseguire obiettivi di tutela dei piccoli produttori, promozione del territorio e difesa del patrimonio naturale e culturale. L’approccio Direct Supply Chain è tipico di supply chain estese geograficamente, come le coltivazioni di cacao e caffè, che fanno leva su prossimità relazionale e informativa per promuovere lo sviluppo dei piccoli produttori, la diffusione di conoscenze nei paesi in via di sviluppo, la preservazione delle specie animali e la riduzione dell’uso di prodotti chimici. Le Traced Supply Chain, infine, sono filiere che si sviluppano in un contesto geografico esteso e caratterizzate da numerosi stadi, che fanno leva su diverse soluzioni di tracciabilità per colmare la distanza sul piano informativo.

Questi modelli possono essere un punto di partenza per le aziende per inquadrare la propria filiera e ricavare spunti per integrare o sostituire la prossimità geografica con azioni specifiche che creino vicinanza relazionale, trasparenza e tracciabilità informativa” afferma Federico Caniato, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability.

*La Seconda Edizione 2018-9 dell’Osservatorio Food Sustainability della School of Management del Politecnico di Milano è sostenuta da Carrefour Italia, Illycaffè, Number1 Logistics Group, Saes Coated Films, Unitec, Conai, Fratelli Beretta, MBS Consulting, Tetra Pak e in collaborazione con Associazione Italiana Food & Beverage Manager, Assolombarda, Fairtrade Italia, Banco Alimentare.

Ufficio stampa School of Management del Politecnico di Milano
Barbara Balabio
Tel: 02 2399 9545
Email: barbara.balabio@osservatori.net
Skype: barbara.balabio
www.osservatori.net

d’I Comunicazione

Piero Orlando – Marco Puelli
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Mob.: 335 1753472 – 320 1144691

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Orang Fiber l’azienda che recupera i sottoprodotti agrumicoli per ricavarne tessuti

La Pmi innovativa, nata nel febbraio del 2014 da un’idea di Adriana Santanocito ed Enrica Arena, recupera i sottoprodotti della lavorazione agrumicola per ricavarne tessuti. Il mondo della moda è attenta a questa realtà, il primo ad aprire un’importante collaborazione è stato Ferragamo, seguito dal brand H&M e ora anche da Marinella Cravatte che ha realizzato “cravatte sostenibili”  in una limited edition che presenterà a Pitti Uomo.

All’inizio della primavera l’azienda ha lanciato una campagna di equity crowdfunding per ottimizzare il processo di produzione industriale e aumentare la capacità produttiva: proprio ieri Orange Fiber ha comunicato di aver aggiunto il goal della campagna con oltre 250mila euro raccolti. L’azienda potrà così realizzare un impianto produttivo capace di estrarre fino a 30 tonnellate di cellulosa l’anno.


Orange Fiber è l’azienda italiana che ha brevettato e produce tessuti sostenibili dai sottoprodotti agrumicoli,

Crea tessuti di alta qualità per il comparto moda-lusso utilizzando le centinaia di migliaia di tonnellate di sottoprodotto che l’industria di trasformazione agrumicola produce ogni anno e che altrimenti andrebbero smaltite, con dei costi per l’industria del succo di agrumi e per l’ambiente.

Orange Fiber è l’unico brand a produrre il primo tessuto sostenibile da agrumi al mondo. Esclusivo, setoso e impalpabile, è pensato per rispondere alle esigenze di innovazione e sostenibilità della moda, interpretandone la creatività e lo spirito visionario.

Dall’aspetto serico, può essere stampato e colorato come i tessuti tradizionali, opaco o lucido, usato insieme ad altri filati o in purezza, unisce sostenibilità e innovazione alla qualità tessile del Made in Italy.

Accedi per saperne di più … 

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ARSAC, CRSFA e Comune di Trebisacce per la valorizzazione del “Biondo di Trebisacce”

L’accordo di collaborazione siglato nel 2018 fra il Comune di il Trebisacce, il CRSFA –  Centro di Ricerca, Sperimentazione e Formazione in Agricoltura “Basile Caramia” di Locorotondo (BA)–  e l’ARSAC –Azienda Regionale per lo Sviluppo dell’Agricoltura Calabrese – che si prefiggeva, fra altri, l’obiettivo di valorizzare il “Biondo tardivo di Trebisacce”, sta producendo i primi effetti.

Infatti l’arancia autoctona “Biondo Tardivo di Trebisacce” è stata ufficialmente iscritta al Registro Nazionale delle Varietà Piante da Frutto, con decreto del Ministero delle Politiche Agricole, nel corso del 2019, a seguito della richiesta di iscrizione fatta dall’ARSAC e grazie alla caratterizzazione morfologica e genetica operata dal CRSFA.

Di questi argomenti e delle prospettive future di sviluppo si è  discusso nell’ambito del 2° Focus  sul biondo di Trebisacce che si è tenuto il 1 giugno 2019  a partire dalle 19.00, a piazza A. Lutri, proprio nel comune di Trebisacce.

La nostra Azienda è impegnata nella tutela e valorizzazione della biodiversità regionale – ha dichiarato il Commissario Arsac Stefano Aiello – e lo sarà ancor di più nei prossimi anni per garantire la conservazione del ricchissimo materiale genetico calabrese presso i nostri Centri Sperimentali dimostrativi che, su mandato del Dipartimento Agricoltura, diventano i luoghi preposti alla salvaguardia della biodiversità agricola  regionale .

Fonte: ARSAC

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Crpv presenta la nuova albicocca “Nirosa 1”

Venerdì 7 giugno il Centro ricerche produzioni vegetali (Crpv) di Cesena, come coordinatore del progetto MAS.PES, che coinvolge Università di Milano, New Plant, Agribologna ed i vivai Geoplant, Vitroplant e Zanzi, organizza una visita tecnica volta alla presentazione dell’albicocca precoce Nirosa 1.

Il ritrovo è fissato per le 16,30, presso l’azienda “Bertuzzi Bruno”, via Codrignano, 20, Codrignano, Imola (Bologna).

La varietà è stata selezionata per la precocità di maturazione (+5+7 giorni Wondercot), la rusticità, e la produzione elevata e costante; i frutti presentano forma rotondo-oblunga e simmetrica, con colorazione giallo intenso e sovracolore rosso esteso sul 30% della superficie. Il sapore è dolce e aromatico a bassa acidità sia di polpa che di buccia.

Per maggiori informazioni Stefano Foschi (sfoschi@crpv.it – 3476269627).

Fonte: Crpv


Guarda il video dove Gianluca Pasi di Geoplant e Daniele Bassi del Disaa-Unimi presentano Nirosa 1* e Nirosa 2*
(Fonte video: canale YouTube Plantgest

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Brevetti Cnr a InnovAgorà

Tra i brevetti presentati dal Cnr a InnovAgorà alcuni garantiscono la sicurezza dei prodotti alimentari.

‘Bioristor’ è un sistema biocompatibile e non invasivo, in grado di analizzare la concentrazione ionica della linfa di una pianta, monitorarne lo stato fisiologico e riconoscere l’insorgenza di eventuali stress biotici e abiotici, permettendo così di ottimizzare l’uso di acqua, concimi e antiparassitari. “Attualmente, per monitorare le proprietà fisiologiche delle piante si utilizzano elettrodi metallici, sensori che non sono in grado però di fornire costantemente dati quantitativi sullo stato di salute dei vegetali”, spiega Nicola Coppedè dell’Istituto dei materiali per l’elettronica e il magnetismo (Imem) del Cnr di Parma, autore dell’invenzione. “Questo brevetto introduce un nuovo sistema, semplice, poco invasivo, efficace e biocompatibile: un sensore costituito da un transistor elettrochimico realizzato interamente su fibra tessile naturale (bioristor) a elevata biocompatibilità, che viene inserito direttamente nel fusto della pianta al fine di leggere la composizione e la variazione dei parametrici biochimici della linfa. Il segnale viene letto tramite una scheda elettronica e inviato a un computer sul quale è possibile seguire in diretta le variazioni di composizione della linfa e, quindi, le variazioni del suo stato fisiologico”. Il sensore è già stato testato con buoni risultati su alcune piante, tra le quali pomodoro, frumento e vite ed è stata dimostrata la sua biocompatibilità. Inoltre, ha mostrato di fornire un segnale precoce di stress idrico e salino nel pomodoro sul quale è stato testato per l’intero periodo di crescita e maturazione. “Finora è stato sviluppato un sistema di elettronica a basso costo per situazioni controllate (celle o serre), ma è in fase di realizzazione un’elettronica di lettura da pieno campo”, conclude il ricercatore.


Per contrastare contaminazioni, contraffazioni, sostituzioni e frodi, diffuse in molti settori della produzione agraria e alimentare (pesci, carni lavorate, farine, prodotti da forno, etc.), ma anche per consentire ai produttori di controllare le materie prime e garantire i loro prodotti, Diego Breviario dell’Istituto di biologia e biotecnologia agraria (Ibba) del Cnr di Milano ha messo a punto la piattaforma Foodcode che, attraverso un sistema innovativo di riconoscimento genetico, permette di rilevare la presenza di qualunque specie animale o vegetale in materie prime, miscele o prodotti alimentari lavorati. “Attualmente, esistono tecniche basate sul riconoscimento della sequenza del Dna, un elemento presente in tutti gli organismi viventi, ma richiedono informazioni genomiche e molecolari a priori, sono costose e difficilmente applicabili a miscele e prodotti lavorati”, spiega Breviario. “Per ovviare a questi problemi è stato ideato un sistema di riconoscimento genetico di qualunque specie e sottospecie animale o specie e varietà vegetale presente negli alimenti che utilizza un’unica reazione di Pcr (Polymerase Chain Reaction) con la quale si generano profili di Dna esclusivi o Dna barcode che, confrontati con un database in costante ampliamento, rendono semplice individuare la presenza di qualunque componente animale o vegetale nei prodotti alimentari analizzati e, più in generale, nelle produzioni agrarie, anche quando non dichiarati. I Dna barcode sono poi traducibili in etichette QRcode per una lettura immediata dell’identità genetica da qualunque dispositivo smart, per esempio il telefono cellulare”.


A garantire la verifica dell’originalità dei prodotti alimentari, sia da parte dei consumatori che degli organismi di controllo, è stata messa a punto poi da Giovanni Schmid dell’Istituto di calcolo e reti ad alta prestazione (Icar) del Cnr di Napoli, la tecnica ‘Anticontraffazione collaborativa‘. “Il procedimento si basa sulla generazione, gestione e verifica di strutture dati, dette Codici di autenticazione materiale (Physical Authentication Code – Pac), che associano un codice crittografico a una condizione di stato”, spiega Schmid. “I codici crittografici possono essere generati solo da una parte autorizzata, sono diversi per ogni prodotto e sono verificabili senza l’ausilio di connessioni a Internet. A gestire la condizione di stato è un servizio on line che permette di conoscere lo stato corrente dell’oggetto associato al codice. Questo abbinamento consente di tracciare in modo univoco il prodotto lungo il percorso di distribuzione e vendita, grazie all’uso di dispositivi quali tablet e smartphone”. Si tratta di un sistema efficace di contrasto alla contraffazione “Grazie alla condizione di stato, i Pac permettono anche di impedire il furto delle merci durante il trasporto”, conclude il ricercatore del Cnr-Icar. “Inoltre, i Pac possono essere implementati facilmente grazie alle emergenti tecnologie blockchain, fornendo sistemi che garantiscono tanto l’originalità del prodotto quanto la tracciabilità di tutta la sua filiera di produzione e vendita. La tecnica dà modo anche ai consumatori di avere parte attiva nella segnalazione dei falsi, favorendo l’abbattimento dei costi e rendendo più efficace il contrasto alla contraffazione”.


Per saperne di più: http://www.cnrweb.tv/le-invenzioni-scientifiche-per-la-sicurezza-alimentare/

Rita Bugliosi

Fonte: Nicola Coppedè , Istituto dei materiali per l’elettronica e il magnetismo, tel. 0521/269241, email nicola.coppede@imem.cnr.it

Fonte: Giovanni Schmid , Istituto di calcolo e reti ad alte prestazioni, email giovanni.schmid@icar.cnr.it

Fonte: Diego Breviario , Istituto di biologia e biotecnologia agraria, Milano, email breviario@ibba.cnr.it

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Agroalimentare: assegnati i premi PEFMED ai progetti più eco-innovativi

Oltre 200 imprese di sei Paesi europei coinvolte in iniziative per ridurre l’impronta ambientale di sei prodotti di largo consumo: olio d’oliva, vino, acqua in bottiglia, mangimi, salumi e formaggio. Ma anche tecnologie, soluzioni e oltre 60 buone pratiche per il settore disponibili sul sito dedicato pefmed-wiki.eu. Sono questi i risultati del progetto europeo PEFMED[1], coordinato da ENEA, presentati oggi a Roma nell’ambito del convegno “Product Environmental Footprint: un’opportunità per rafforzare l’economia circolare nel settore agroalimentare”, che ha fatto il punto sugli strumenti concreti per migliorare la sostenibilità della filiera agroalimentare mediterranea.

Finanziato con circa 2 milioni di euro dalla Commissione europea, il progetto PEFMED ha coinvolto in Italia anche il Ministero dell’Ambiente e Federalimentare che ha coordinato le iniziative di trasferimento tecnologico delle maggiori federazioni agroindustriali degli altri Paesi coinvolti (Grecia, Francia, Portogallo, Slovenia e Spagna). Le iniziative nei sei Paesi hanno riguardato complessivamente nove filiere agroindustriale[2] sulle quali è stata testata una metodologia comune per la valutazione dell’impronta ambientale dei prodotti nel loro ciclo di vita, secondo il metodo europeo PEF (Product Environmental Footprint), per individuare le maggiori criticità ambientali ma anche per promuovere la produzione di prodotti a basso impatto ambientale nel mercato europeo e la competitività delle aziende.

In parallelo all’applicazione della PEF, un team di ricercatori, imprenditori ed esperti ha associato al metodo un set di indicatori socio-economici relativi diritti umani, condizioni di lavoro, salute e sicurezza, patrimonio culturale, governance e impatti socio-economici sul territorio, con l’obiettivo di definire per ogni azienda un business plan sostenibile, “una vera e propria strategia di eco-innovazione e di marketing in grado di individuare aree di intervento e soluzioni tecnologiche e gestionali e ridurre gli impatti sia ambientali che socio-economici di prodotto e filiera, con un’attenzione al territorio e agli strumenti di politica economica disponibili”, spiega Caterina Rinaldi, ricercatrice ENEA e coordinatrice del progetto. “Il metodo e gli strumenti utilizzati nel progetto hanno dimostrato di essere efficaci per aziende e filiere e potrebbero servire a rispondere adeguatamente ai bisogni dei consumatori, soprattutto se associati ad uno schema di certificazione, come ad esempio il marchio nazionale ‘Made Green in Italy’ del Ministero dell’Ambiente”, conclude Rinaldi.

Ritengo che la partecipazione al progetto PEFMED sia stata decisamente positiva su diversi fronti”, evidenzia Ivano Vacondio Presidente di Federalimentare, “la Federazione, ancora una volta, ha dimostrato come il settore alimentare sia attento e sensibile ai temi della sostenibilità e delle dichiarazioni ambientali di prodotto. Nell’ambito del progetto, una serie di imprese agroalimentari italiane ed europee hanno svolto delle sperimentazioni e testato concretamente l’applicazione della PEF su alcuni prodotti per valutarne le potenziali performance ambientali. “Tuttavia permangono aree da sviluppare ulteriormente, per consentire un uso credibile e di successo della PEF. Solo per citarne alcune: è necessario sviluppare ulteriormente le regole di categoria di prodotto (le PEFCR), aumentare la rappresentatività delle banche dati e rendere la PEF fattibile anche per le piccole e medie imprese (PMI). Dal punto di vista della comunicazione, le informazioni basate sulla PEF devono essere volontarie e off-pack”. Non da ultimo, ringrazio il coordinamento e il team dei ricercatori ENEA, che hanno collaborato in maniera egregia a fianco di Federalimentare durante questi anni”, conclude il Presidente.

Per maggiori informazioni:

Caterina Rinaldi, ENEA – Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali, caterina.rinaldi@enea.it

Maurizio Notarfonso, Federalimentare Servizi, notarfonso@federalimentare.it

www.pefmed-wiki.eu

pefmed.interreg-med.eu

Comunicato stampa ENEA  27/5/2019

Il progetto PEFMED

Finanziato con circa 2mln di euro dalla Commissione europea, il progetto PEFMED ha coinvolto in Italia anche il Ministero dell’Ambiente e Federalimentare che ha coordinato le iniziative di trasferimento tecnologico delle maggiori federazioni agroindustriali degli altri paesi coinvolti (Grecia, Francia, Portogallo, Slovenia e Spagna). Le iniziative nei sei Paesi hanno riguardato complessivamente nuove filiere agroindustriali sulle quali è stata testata una metodologia comune per la valutazione dell’impronta ambientale dei prodotti nel loro ciclo di vita, secondo il metodo europeo PEF (Product Environmental Footprint), per individuare le maggiori criticità ambientali ma anche per promuovere la produzione di prodotti a basso impatto ambientale nel mercato europeo e la competitività delle aziende.


All’interno del progetto è stato istituito il premio Green Poster per i lavori che si sono distinti per eco-innovazione, riduzione dell’impatto ambientale e capacità di trasferimento tecnologico all’industria agroalimentare.

I progetti partecipanti al premio hanno presentato soluzioni eterogenee, applicabili nel settore agroalimentare, incentrate sull’efficientamento nell’uso degli input produttivi, diminuire il consumo di risorse primarie, riutilizzare e valorizzare gli scarti lungo la filiera, innovare i modi di produrre, trasformare e confezionare, contribuendo ad aumentare la sostenibilità ambientale complessiva delle diverse filiere.

La commissione scientifica del premio Green Poster, composta da esperti di Enea, Federalimentare e AgroCamera (Azienda Speciale della camera di Commercio di Roma), ha assegnato il 1° premio al progetto “Ecodesign per un packaging sostenibile per il settore alimentare” realizzato dagli studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza che hanno ideato un imballaggio flessibile e richiudibile completamente in polietilene, quindi riciclabile e riutilizzabile, dotato di una banda laterale che permette il controllo del dosaggio del prodotto. Rispetto a bottiglie rigide multimateriale non riciclabili o a cartoni per bevande, l’innovazione si distingue anche per l’aspetto logistico grazie a un migliore rapporto peso prodotto/volume confezione.

2°premio al progetto “Strategie di recupero e utilizzo degli scarti della birrificazione: la farina di trebbie di birra” realizzato dagli studenti dell’Università Campus Bio-Medico di Roma che hanno ideato un processo per la valorizzazione degli scarti derivanti dal processo di macerazione del malto d’orzo utilizzato per la birrificazione (per ogni 100 litri di birra si scartano 20 kg di trebbie). In Italia la produzione di trebbie si stima sia di 188mila tonnellate/anno, delle quali solo il 30% viene riutilizzato, prevalentemente nel settore zootecnico. I processi di smaltimento e trasformazione delle trebbie grava pesantemente sulle aziende produttrici, sia dal punto di vista economico che ambientale, soprattutto a causa della loro elevata umidità (fino all’82%), che ne riduce drasticamente la conservabilità.

Inoltre, il sistema di recupero innovativo, tramite un processo di essiccazione sostenibile delle trebbie, permette di ottenere una farina ricca di proteine e fibre (arabinoxilani e ß-glucani) utile per la realizzazione di snack e prodotti da forno ma anche in ambito farmaceutico, nella cosmesi, nel pet food, nell’industria cartaria e nella produzione di pellet.

3° premio a “Ecoffi: dai residui agricoli agli aggregati per calcestruzzi” ideato dagli studenti del Politecnico di Torino che hanno realizzato dei campioni di calcestruzzo arricchito con scarti di mais e paglia di riso, dimostrando la sostenibilità del processo, attraverso la metodologia Life Cycle Assessment (LCA), sia per l’aspetto “carbon free” che per la quota superiore alla media di energia rinnovabile utilizzata. I risultati della ricerca dimostrano la fattibilità tecnica di estendere il ciclo di vita dei residui agricoli, valorizzandoli tramite processi di upcycling, nonché i vantaggi ambientali che tali processi comportano.

Menzione speciale al progetto “pOsti – xfarm”: il binomio cibo e tecnologia” nato dalla partnership di due startup che hanno sviluppato un sistema di certificazione e tracciabilità della filiera agroalimentare, basato su tecnologia blockchain, utile per valorizzare il patrimonio enogastronomico italiano e implementare l’uso delle tecnologie in ambito agroalimentare. L’innovazione si distingue per un software valido per il controllo delle coltivazioni con registro di trattamenti, mappe catastali e database dei fitosanitari. Vari sono i mezzi utilizzati per comunicare queste informazioni al cliente, uno di questi è il QR code. In questo modo il consumatore finale, sempre più attento alla sostenibilità ambientale e a un acquisto consapevole, ha la possibilità di scegliere se comprare un prodotto con una maggiore o minore impronta ecologica.

I riconoscimenti sono stati consegnati nel corso della conferenza finale del progetto PEFMED (“Product Environmental Footprint: un’opportunità per rafforzare l’economia circolare nel settore agroalimentare”), svoltasi a Roma, alla quale hanno partecipato oltre 120 rappresentanti italiani e europei della comunità scientifica, istituzionale e accademica.

Da terraèvita 3/6/2019

 

 

 

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Intelligenza artificiale: Industrial and Human Revolution. 14° edizione di R2B

Il 6 e 7 giugno 2019 Torna a Bologna R2B – Research to Business Salone Internazionale della Ricerca industriale e delle Competenze per l’Innovazione.


R2B – Research to Business 2019

14° Salone Internazionale della Ricerca industriale e delle Competenze per l’Innovazione
6-7 giugno 2019 – BolognaFiere, Padiglione 33

R2B – Research to Business è oggi l’evento di riferimento in Italia per l’offerta multisettoriale di nuove tecnologie e competenze,ricerca e innovazione, ma anche per scoprire le politiche europee e nazionali per l’internazionalizzazione e la competitività.

L’edizione 2019 di R2B sarà dedicata a Intelligenza Artificiale, Big Data e alle loro applicazioni industriali attraverso la presentazione di best case internazionali e locali.

L’Emilia-Romagna, già Hub nazionale del Supercalcolo e dei Big Data, in cui è concentrato il 70% della potenza di calcolo a livello italiano, si candida a diventare regione leader e punto di riferimento sui temi sempre più strategici per lo sviluppo del sistema economico e per la crescita sociale.

R2B è un “laboratorio” in cui le esperienze di innovazione entrano in connessione secondo il modello dell’Open Innovation e per favorire la nascita di opportunità e nuovi business tra i vari player dell’ecosistema.

R2B è promosso dalla Regione Emilia-Romagna e BolognaFiere, in collaborazione con ART-ER – la nuova società regionale per l’innovazione e l’attrattività del territorio, nata dalla fusione di ASTER e ERVET – e SMAU.

Per conoscere, saperne di più e partecipare all’evento  ….

I casi di successo presentati all’evento 2019 …

 

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Image Line e Future Food a Bologna con il digital farming

Il prossimo 6 giugno parte a Bologna la quattordicesima edizione di R2b Smau, il Salone internazionale della ricerca industriale e delle competenze per l’innovazione, quest’anno dedicato ai temi di intelligenza artificiale e big data e alle loro applicazioni industriali attraverso la presentazione di best case internazionali e locali. Attraverso convegni, workshop e speech di relatori internazionali sarà possibile presentare le opportunità, le trasformazioni e le migliori applicazioni nei settori industriali di punta, insieme ai nuovi percorsi formativi in un territorio che ha puntato su big data e intelligenza artificiale come driver di crescita sostenibile.  
Nella cornice della due giorni, che si svolgerà negli spazi di Bologna Fiere, il network bolognese Future Food, leader nel settore della food innovation, e Image Line, azienda hi-tech italiana specializzata nei servizi informatici per le aziende agricole, lanceranno in collaborazione con le associazioni Donne della Vite Le Donne dell’Ortofrutta un nuovo panel dedicato alle frontiere digital del settore agroalimentare.  
 
“Il futuro del Digital Farming: opportunità, casi e impatti” è il workshop che si terrà il prossimo venerdì 7 giugno alle ore 12:00 nell’Arena Open Innovation e che sarà incentrato sulla discussione di trend e statistiche legati all’innovazione in campo agricolo e agli impatti che la digital transformation crea nel mondo agrifood. 
 
Protagonisti dell’evento saranno Cristiano Spadoni, marketing & communication manager di Image Line, e Sara Roversi, founder e thought leader di Future Food Institute, affiancati da Andrea Carapellese, investment expert promotion di Unido Itpo Italy, che introdurrà nel suo intervento le business opportunities in smart agriculture nei paesi in via di sviluppo, raccontando alcuni dei progetti vincitori della terza edizione dell’International Award “Innovative Ideas & Technologies in Agribusiness”, lanciata in collaborazione con il Future Food Institute e sotto il patrocinio del Ministero degli affari esteri e della Cooperazione internazionale italiano. L’incontro prevede infine la presentazione di due case studies presentati da Francesca Nadalini dell’azienda Meloni Nadalini in rappresentanza di Donne dell’Ortofrutta e Annalisa Morelli di Donne della Vite, che parleranno di innovazioni digitali per la sostenibilità delle produzioni agroalimentari.  
 
L’agricoltura 4.0 vale in Italia 400 milioni nel 2018 e ha registrato lo scorso anno un incremento pari a+270% (Fonte: Osservatorio Smart AgriFood 2018).  Un trend che per il momento non è destinato a fermarsi e che continua a portare agli operatori del settore notevoli vantaggi nella gestione delle proprie attività.
“Anche l’agricoltura vive in un ecosistema digitale e mette a disposizione degli operatori strumenti sempre più innovativi, così come viene evidenziato dalle ricerche di mercato, ma anche dalle testimonianze dirette che ogni giorno ci forniscono gli stessi imprenditori agricoli – afferma Cristiano Spadoni di Image Line –Banche dati online accessibili da ogni agricoltore, ovunque si trovi la sua azienda agricola; web application che gestiscono tutte le operazioni colturali, dalla semina all’applicazione di un Qr Code identificativo per la rintracciabilità di ogni lotto; un accesso istantaneo ad un’informazione tecnica che diventa conoscenza. Questa è la nostra esperienza di agricoltura digitale, esperienza che è condivisa con oltre 185.000 persone appartenenti alla community agricola di Image Line, vissuta ogni giorno da produttori, tecnici, ricercatori e tanti altri operatori professionali, che confermano i dati della ricerca”. 
Le testimonianze delle imprenditrici Francesca Nadalini e Annalisa Morelli permetteranno di illustrare le implicazioni reali dell’agricoltura digitale nel comparto ortofrutticolo e nel settore vitivinicolo, oggi sempre più supportati da software e strumenti innovativi che consentono la gestione sostenibile del lavoro nei campi e garantiscono l’eccellenza del made in Italy.  
 
“L’utilizzo dei droni in ortofrutticoltura è ancora una pratica poco utilizzata, ma dalle grandi potenzialità” – afferma Francesca Nadalini – Sorvolando sul campo coltivato a meloni, possiamo acquisire in pochi minuti molti tipi di informazioni diverse che supportano sia l’analisi (stato di salute della pianta, efficienza degli impianti, ecc), sia le decisioni, ad esempio in quali punti del campo agire con precisione e con quali mezzi tecnici”.  
 
Annalisa Morelli di So.in.g, descrivendo lo sviluppo e la gestione dell’azienda che oggi rappresenta, ha evidenziato non solo l’importanza dei big data e di tutte le informazioni che gli strumenti digitali riescono a fornire in maniera tempestiva ed efficace, ma anche l’importanza di una piattaforma integrata per la corretta gestione di tutte le informazioni:  
 
“Conoscere il suolo oggi – afferma Annalisa Morelli – significa fornire informazioni necessarie per migliorare la qualità in viticoltura e agricoltura. Una qualità a 360° che riguarda la strategia progettuale e operativa, il lavoro in campo, il rispetto dell’ambiente, la gestione differenziata della cantina e ovviamente il prodotto finale. In questo mi sento completamente coerente con i principi che legano le Donne della Vite e il mio modo di fare impresa. Il ruolo chiave per realizzare un coerente percorso di sostenibilità è quello della gestione integrata dei dati per la loro migliore fruibilità, sia in fase di prima analisi che in fase di monitoraggio annuale. Per questo non basta l’uso della tecnologia innovativa ma serve l’esperienza per poter permettere di trasformare la ricerca in azioni pratiche, mirate, efficaci e precise, che siano ‘robotizzate’ o tradizionali. La mia sfida aziendale che in questo percorso agri è partita nel 2007 quando si parlava solo di zona e territorio, oggi ci ha portati a parlare di caratterizzazione integrata dei suoli aziendali ad alta risoluzione in numerose aziende agricole italiane”.
 
L’appuntamento permetterà inoltre di approfondire anche le soluzioni che il mercato mette a disposizione degli operatori del settore per approfondirne le tecniche di utilizzo. Tra questi, Qdc – Quaderno di campagna (www.quadernodicampagna.com), il software sviluppato da Image Line che permette all’agricoltore di accedere facilmente a tutte le informazioni che gli consentono di pianificare in maniera più efficiente le attività in campo, ad esempio le previsioni meteo circoscritte alla propria azienda agricola, la registrazione accurata dei trattamenti per la protezione delle piante e il monitoraggio delle avversità.
 
Fonte: ufficio stampa Image Line